“Sono orgoglioso di aver lavorato ne La Trattativa anche per le importanti scelte registiche”. L’attore Enzo Lombardo, nel film diretto da Sabina Guzzanti, interpreta il mafioso Gaspare Spatuzza.
Il film racconta alcuni episodi cruciali della storia del nostro Paese avvenuti dagli anni novanta in poi. Possiamo avere la sua opinione del rapporto tra lo Stato italiano e Cosa nostra?
“La trattativa non è più presunta, ma è un fatto acclarato dai processi. E non posso non restare spiazzato. Mi spaventa che il potere politico possa in modo eclatante scendere a patti con la mafia”.
Nel film sono citati documenti che riguardano personaggi dell’attuale mondo politico. Ci sono, ad esempio, frammenti di intervista a Dell’Utri in cui si parla del rapporto con Berlusconi.
“Il film non è un messaggio contro qualche politico. Il discorso Berlusconi – Dell’Utri fa parte dell’indagine in corso. Ne hanno parlato anche i collaboratori di giustizia”.
Il giudice Di Matteo sulla sentenza Dell’Utri ha detto: “Affermo che il momento che stiamo vivendo è peggiore rispetto a vent’anni fa, perché nonostante ci siano sentenze definitive ancora alcuni di questi personaggi discutono di riformulare la Costituzione. Nemmeno ciò che è scritto vale a paralizzare l’attività politica”. Il circo mediatico che si crea attorno all’organizzazione criminale non può, secondo lei, a volte, potenziarne la forza?
“Ne “La Trattativa” abbiamo cercato di tagliare tutto ciò che è retorica e tutti quei cliché che solitamente si vedono nei film che parlano di mafia. È stato fatto un film basato sulle carte processuali e che, soprattutto, non esalta un personaggio eliminando la distinzione tra buono e cattivo. Alcuni film hanno fatto bene al mafioso facendo un lavoro non utile alla lotta al crimine ed è una scelta, secondo me, non giusta”.

Tante le critiche e tanto l’ostruzionismo. È un prodotto cinematografico, che ha fatto arrabbiare onesti e disonesti. Ma chi dovrebbe guardare in realtà questo film?
“Sorprende il fatto che un film possa far nascere così tante polemiche e paure in diversi ambiti sociali e politici. È come se i fatti importanti per la storia di un Paese venissero usati per colpire o toccare determinati vertici”.
Eppure la produzione ha avuto un periodo di quattro anni a causa del mancato riconoscimento culturale da parte dello Stato. Cosa risponde a tutto questo?
“Ci sono stati anche alcuni incidenti di percorso come la sottrazione di alcune copie del film. Il mancato riconoscimento culturale ha fatto ritardare tutto il meccanismo, perché se non ci sono i finanziamenti per produrre un film si va avanti con difficoltà. Non abbiamo avuto minacce dirette, ma ostruzionismo di vario genere”.

Rimaniamo sulle scelte stilistiche e scenografiche. Il film è stato girato in un teatro di posa e lei, come i suoi colleghi, ha interpretato diversi personaggi. Che effetto produce tutto questo nell’ego di un’artista?
“È stata una cosa esaltante, inutile negarlo. Passare dal mafioso al giudice antimafia al barbiere e potersi cimentare in diverse fasi della propria professionalità è sicuramente una fonte di stimoli positivi per un attore”.
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