Fabio Sciacca, il catanesino perseguitato dalla sfortuna


Sembrava dovesse spaccare il mondo a rivedere la sua seconda prestazione in serie A. Dopo l’esordio contro l’Udinese, a Lecce giocò una partita memorabile, colpì un palo clamoroso, non sbagliò un pallone, un contrasto, un rilancio. Capitano della Primavera, caratteristica andatura dinoccolata in campo, sorriso umile, quasi impaurito dall’improvvisa notorietà, Fabio Sciacca fu buttato nella mischia, tra i grandi del calcio, da Walter Zenga, a vent’anni. La convocazione con la Nazionale Under 20 di Francesco Rocca, da calciatore detto “Kavasaky”, è consequenziale, la partecipazione ai Mondiali Under 20 in Egitto la sua consacrazione di giovane promessa. Dopo le esperienze giovanili prima col Catania Nuova, poi a Paternò e, quindi, con i ragazzini rossazzurri, Fabio Sciacca da San Giorgio, campetti segnati col gesso sull’asfalto, prima ancora del classico oratorio, corona il suo sogno di calciatore professionista.

 

Nella sua prima stagione con la formazione maggiore del Catania colleziona 6 presenze, ma da allora sarà una via crucis di infortuni, piccoli e grandi. Torna dai Mondiali in Egitto rotto: solo 4 partite la stagione successiva e altre quattro nella stagione 2010-2011. Il coraggio, la grinta, la voglia di fare bene sono sempre le stesse del bambino che sogna di giocare al Massimino, di sfidare i campioni che ha visto sulle figurine, di riguardarsi in televisione. Nel campionato successivo gioca sette partite, ma la prima squadra cresce di livello, come aumenta il rendimento del Catania: non più salvezze sofferte fino all’ultima giornata, ma campionati più tranquilli e qualche bella vittoria clamorosa. Il ragazzo merita di maturare in esperienza, di scendere in campo con continuità. Viene dirottato a Grosseto, insieme ad altri giovani di belle speranze del Catania. Disputa 16 partite, segna una rete, la prima tra i professionisti, e poi torna a casa, magari per partire nel gruppo dei titolari. Ma la sfortuna è ancora in agguato, la fragilità fisica lo limita: si rompe il legamento crociato, inizia un nuovo calvario. In questa stagione, alla fine, disputa solo tre spezzoni di partita, appena 63 minuti a disposizione per onorare la maglia rossazzurra col sudore e le lacrime.

Torna il sorriso, però, sotto un accenno di cresta, che fa tanto calciatore di serie A. Sul braccio s’intravede un tatuaggio, inevitabile. Fabio da San Giorgio, ventiquattro anni appena compiuti, vuole restare a casa sua, togliersi qualche soddisfazione con la sua squadra del cuore. Sogna un gol importante al Massimino, l’abbraccio dei compagni in campo e quello di parenti e amici dalla tribuna. Forza, Fabio!

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